STORIA DI UN PAZIENTE. GERARDO, IL SOLE BUIO

Dottoressa Vincenza Alfano.

Ci abituiamo al buio Quando la luce è spenta; Dopo che la vicina ha retto il lume che è testimone del suo addio, per un momento ci muoviamo incerti perché la notte ci rimane nuova, ma poi la vista si adatta alla tenebra e affrontiamo la strada a testa alta. Così avviene con tenebre più vaste. Quelle notti dell’anima In cui nessuna luna ci fa segno, Nessuna stella interiore si mostra. Anche il più coraggioso prima brancola un pò, talvolta urta contro un albero, ci batte proprio la fronte; ma imparando a vedere, o si altera la tenebra o in qualche modo si abitua la vista alla notte profonda, e la vita cammina quasi dritta». E. Dickinson, [419]

ANAMNESI E STORIA DEL PAZIENTE

Incontro Gerardo per la prima volta presso il centro di igiene mentale dell’UOSM di torre Annunziata durante un osservazione sul gruppo. Secondo genito di tre figli. L’esordio psicotico si fa risalire all’età di 23 anni dopo incidente stradale, quando è caratterizzato da sintomi quali scompenso psicotico e allucinazioni uditive che lo denigrano e lo influenzano.

Si diagnostica una schizofrenia paranoide .

La storia di Gerardo è frammentata, come frammentata è la storia di pazienti come lui. Prima del ricovero frequentava l’Accademia di Belle Arti seguendo il corso di pittura e scenografia.   Dal 2000 al 2001 frequenta casa di un anziano professore di Napoli che in cambio di compagnia gli consente di tenere lì le proprie tele e lo lascia dipingere. Poi si susseguono forti crisi familiari, episodi anche graci che lo condurranno ad essere seguito da vari centri e strutture, prima di pervenire a questa UOSM.

Comprendere il caso di Gerardo e aprire una riflessione su questo caso, implica un’osservazione attenta sul suo disperato modo di teatralizzare attraverso il proprio corpo e il rapporto con il cibo, il doloroso rapporto con una madre rigida, assente e rifiutante.

Così l’osservazione sul rapporto instaurato con la lavatrice, “surrogato materno” rappresentativo anch’esso del rapporto con il vuoto di una madre, sperimentata come “svuotante”, anaffettiva, con la quale egli è identificato nel tentativo di trattanere a sé l’oggetto.

I sintomi del vomito e i comportamenti di “riempio e svuoto la lavatrice” in corrispondenza al “riempio e svuoto il mio corpo”, “lavo e rilavo i vestiti” sono il Tentativo disperato e disperante di trovare una dimensione di sé che si realizza solo nel vuoto psicotico dell’oggetto assente. La lavatrice diviene proiezione di sé e dimensione onnipotente del rapporto con l’oggetto assente. “vuoto – svuoto” “manipolo – ”

Tutta la sintomatologia di Gerardo, il vomito, il suo corpo magrissimo sembrano trovare significato in quanto scrive Michael Balint (1968) d’interpretare un processo creativo imprevedibile “in cui non è presente nessun oggetto esterno e quindi senza la possibilità di sviluppare una relazione con il mondo esterno” (p. 145). Allo stesso tempo, tuttavia, anche l’espressione creativa (dietro le condotte compulsive), del “la forma poetica, che “decompone e ricostruisce i segni, […] il solo “contenente” che sembri assicurare una presa incerta ma adeguata sulla Cosa” (p. 20, Kristeva).

“L’area della creazione” scrive M. Balint (1968) “può comportare inizialmente un ritiro regressivo dagli oggetti, che vengono considerati troppo rigidi e frustranti rispetto all’armoniosa mescolanza degli stati più precoci, a cui segue un tentativo di creare qualcosa di meglio” (p. 193). Stati precoci cui Gerardo tenta di ritornare attraverso il rapporto con la lavatrice, il vomito e la magrezza.

Melanie Klein parla della creatività come ripartiva all’angoscia di perdita e la colloca nella posizione depressiva e nel superamento di essa e ancora la Segal (1952), definisce la creatività un desiderio di riparare e rigenerare l’oggetto amato e perduto, sia all’interno che all’esterno dell’Io.

Ma questa speranza di costruzione non può essere presente in Gerardo che ritrova l’oggetto solo nella perdita. M. Balint (1968), che definisce l’area creativa come uno dei modi di superare la frattura talvolta traumatica dall’amore primario di fusione con la madre, sostiene che nell’area della creatività non ci sono “oggetti” ma un “qualcosa” che chiama “pre-oggetti”, perché non strutturati e interi. Scrive Balint: “Soltanto dopo che il lavoro di creazione è riuscito a “strutturarli” o a renderli “interi”, si può instaurare tra loro e gli oggetti esterni una vera e propria interazione “verbale” o “edipica” (p. 146). Stadio cui Gerardo non può accedere, rimanendo fissato a livello pre – edipico , orale o dove la stessa sessualità forse cercata in una dimensione omosessuale è ancora essa lo spazio di ricerca della madre assente.

Il caso di Gerardo ci permette di muovere una riflessione consapevole sulle tematiche seguenti:

La separazione come svincolo e possibilità evolutive.

Vorrei provare ad esplorare il concetto di separazione attraverso il rapporto tra fantasia e realtà per giungere ad approfondirne le aree relative a quanto accennato nel titolo di questo capitolo. La psicoanalisi ha indagato sulle trasformazioni della qualità dei processi mentali che traggono origine dalla separazione ed ha individuato, come già accennato, nella capacità di simbolizzare un aspetto cruciale.

La capacità di costruire simboli è basata, infatti, sulla scoperta della differenza tra sé ed il mondo esterno, tra le rappresentazioni e le sensazioni, il significato e l’oggetto. Essa fornisce, inoltre, all’immaginazione alimento per costruire nuove connessioni interne. Freud chiarì come i processi di pensiero si sviluppino dalle condizioni di assenza dell’oggetto e di emergenza, perciò il desiderio quale carattere costitutivo del soggetto, che lo distingue e lo vincola, insieme, all’oggetto. L’esame di realtà, nel differenziare tra interno ed esterno, implica la rinuncia agli oggetti arcaici, ma istituisce con essi una nuova relazione: “la capacità di ritrovarli, convincersi della loro presenza”, dice Freud (“La negazione” – Opere – 1925). Nella capacità di costruire questi legami la rappresentazione costituisce un’espansione della realtà psichica, poiché il pensiero simbolico, luogo di questo “ritrovare” non è un semplice “riprodurre”.

Il mondo simbolico, nella sua varietà di forme, non è una sostituzione degli oggetti, esso presuppone un processo di invenzione e di riconoscimento, ed esprime una capacità di comunicazione, intrapsichica e intrasoggettiva, che gradualmente permette di tollerare l’assenza, definire i limiti e rinunciare alla sensorialità quale fonte principale di sicurezza. Da quando la psicoanalisi ha esteso la descrizione del mondo mentale dai processi che lo strutturano all’emergere del senso di soggettività, del senso di unicità ed irripetibilità di ogni individuo, non si tratta, su questo tema, solo di osservare le connessioni tra processi primari e secondari, fantasia e realtà, ma anche di comprendere il senso di appartenenza del soggetto a se stesso, e di interrogarsi su come la varietà delle forme simboliche possa dare espressione all’esperienza emotiva e creare il suo significato.

La persona si costituisce, infatti, in una relazione complessa madre – bambino, il rispecchiamento, la “reverie”, l’anticipazione del significato, evidenziano come il valore strutturante del loro vicendevole scambio risieda non soltanto nella soddisfazione dei bisogni istintuali, ma nel dare significato agli eventi, di farne materia di esperienza emotiva e conoscitiva. E questo, per più versi, si presenta come una rivoluzione densa di incognite. L’esperienza di integrazione comporta, infatti, l’incontro con aspetti ignoti ed estranei che si includono nella trama del Sé, richiede una trasformazione complessiva che suscita ansie e mobilita difese tendenti ad allontanare la trasformazione stessa. Vi è dunque una fondamentale differenza tra l’evento separazione e l’esperienza di separazione. Quest’ultima implica il riferimento ad un soggetto che vive, interpreta e dà significato all’evento. Egli può includere all’interno di sé l’esperienza di distacco e di dolore e sperimentare anche in essa la propria individualità personale e separata.

Bion[1] ha mostrato che l’esperienza emotiva che non sia elaborata in una rappresentazione simbolica, capace di costruire pensieri, implica una evacuazione e perciò stesso la perdita di un ricco potenziale espressivo. In questa area la comunicazione acquista il senso della permanenza. La metafora spaziale con cui Winnicott ha voluto caratterizzare la qualità dei processi introdotti dai fenomeni transizionali indica con chiarezza che non si riferisce all’idea di un soggetto separato e al suo mondo interno, ma alla radice che sostanzia e rende operante la comunicazione simbolica, che dà spazio alla consistenza personale e, insieme, al sistema di relazioni in cui ognuno è posto: un’area libera tra interno ed esterno, sé e non sé, forma del collegamento tra diversi livelli di realtà, che ha bisogno di riferimenti condivisi per essere efficace. In tale area la presenza dell’oggetto non si impone per le sue caratteristiche ma costituisce lo sfondo emotivo a ridosso del quale può svilupparsi il processo creativo. Nell’elaborazione di quanto vedremo attraverso alcuni dipinti di Magritte questo apparirà ancora più evidente. L’immaginazione, lungi dall’essere qualcosa di irreale, è la condizione per produrre la conoscenza del mondo e qualcosa di nuovo anche di fronte alle perdite.

Magritte, a mio parere, ci consente di osservare attraverso la propria pittura una significativa quanto splendida interpretazione di quanto descritto, vista la dolorosa storia di perdita della madre, suicida, quando il pittore aveva 13 anni. Fu proprio Magritte a rinvenirne il corpo nel fiume Sambre. Questo evento, credo, si sostanzierà come caratterizzante di tutta la sua vita e si trasferirà come tentativo di “interpretazione – elaborazione” all’interno della propria rappresentazione immaginativa e pittorica.

La pittura a questo punto diviene “fenomeno” ed il quadro “oggetto transazionale”. È necessario, quindi, soffermarsi sui concetti di “perdita e di lutto”.

Paul Claude Racamier[2], nel “Genio delle origini” definisce un tipo fondamentale di lutto che chiama “lutto originario”. Tale esperienza accompagna la vita di un soggetto e va tenuto ben distinto dalla depressione che è invece un sintomo, un traboccamento che porta alla perdita di stima o, nei casi più gravi, alla perdita di Sè.

Il lutto originario è un “processo maturativo universale”, originario, in quanto comincia proprio all’inizio della vita, accompagna la crescita fino al termine dei nostri giorni. E’ originario in quanto fonda la psiche.

È un lavoro essenziale e continuo, che permette di riconoscere la differenza tra le persone e le generazioni. Il lutto costituisce uno dei due assi portanti della psiche, quello relativo alla scoperta e alla perdita dell’oggetto, condizioni necessarie per l’emergenza e la sopravvivenza dell’Io.

Per lutto originario intendo il processo psichico fondamentale per il quale l’io, fin dalla prima infanzia, prima ancora di emergere e fino alla morte, rinuncia al possesso totale dell’oggetto, compie il lutto di un’unione narcisistica assoluta e di una costanza dell’essere indefinita,e tramite questo lutto che fonda le sue origini, opera la scoperta dell’oggetto e del Sé e inventa l’interiorità. L’io stabilisce così le proprie origini riconoscendo di non essere il padrone assoluto delle proprie origini … il lutto originario costituisce la traccia ardua, viva e durevole di ciò che si accetta di perdere come prezzo di ogni scoperta.” (Racamier, 1993).

Separazione, lutto e possibilità evolutive: riflessioni e autori a confronto.

Tornando a Racamier: Il “lutto originario” è la prima difficile prova dell’Io per scoprire l’oggetto. È un processo che presenta un periodo prevalente ma che non smette di approfondire e compiersi lungo le diverse fasi della vita.

“ L’Io si trova nel momento in cui si perde” – dice l’autore. (Racamier, 1993). Questo processo sembra assumere le caratteristiche di un vero paradosso identitario. “Il lutto originario”, una volta avvenuto, lascia una “cicatrice originaria”. Essa conferisce all’Io “un’immunità relativa” che gli darà una certa tolleranza nel sostenere e nell’elaborare i processi di lutto e separazione che caratterizzeranno la vita di un soggetto nei momenti di crisi dove, per dirla con l’autore, successivi “Ogni lutto è una crisi, ogni crisi è un lutto”. “L’attraversamento del lutto originario permette di credere sia all’oggetto che a se stessi e di investire entrambi, ma permette anche al soggetto di avere sufficiente fiducia nel mondo e nella vita, nell’oggetto e in se stesso“, lascia un’eredità che è ” l’idea dell’io. (Racamier, 1993).

La possibilità di affrontare lutti successi, crisi, cambiamenti, le bonacce della vita (diminuzione di investimenti libidici) è legata al superamento del lutto originario. Nessuno di noi sa in anticipo come affronterà la propria morte, del resto ogni tipo di cambiamento presagisce e prefigura la morte. L’invecchiamento ci prepara alla fine della nostra vita. Le “persone del non lutto” non riescono assolutamente a pensare alla morte, la risposta delirante è l’illusione dell’immortalità. Per le persone che non hanno attraversato il lutto originario, ciò che prevale è l’invidia che sbarra la strada alla creatività. Racamier sviluppa il tema delle difese contro-depressive che impediscono il processo del lutto originario. Al prevalere di una difesa, si sviluppa una particolare patologia psichica.

Il suo contributo più originale è evidenziare una psicologia interattiva per cui il lutto espulso può essere vissuto da un altro componente della famiglia. Se il lavoro psichico non viene compiuto da una psiche, questo viene trasportato su un’altra persona (topica interattiva).

Nel suo lavoro con Nacht, sugli stati depressivi, Racamier distingue la “depressione” dalla “depressibilità” , concetto ripreso da Bergeret[3] nello studio dei casi limiti in quanto organizzazione fondate su una soggiacente depressione anaclitica. Ogni depressione è frutto di un lutto impossibile a farsi, un lutto catastrofizzato (Freud).

Ma per avere una depressione è comunque necessario un Io che sia in grado di tollerarla, quando non c’è un Io abbastanza strutturato per tollerare la depressione, il lutto o la depressione sono espulsi. Il lutto che alcuni si rifiutano di fare, ricade sulle spalle dei familiari. Queste persone non si deprimono ma trasmettono tutto intorno la loro pena e confusione. Molti soggetti non riescono ad arrivare alla fase di vivere un lutto.

“Ogni lutto è insieme narcisistico e oggettuale, quando si perde un amore si perde una parte di sé. Se la corrente narcisistica prevale, il massimo sarà il rischio che il lutto finisca abortito e che ne segua una depressione”. (Racamier, “Gli schizofrenici”- 1983).

Del resto perché si abbia una depressione si necessita già della presenza di un Io. Più è massiccia la componente narcisistica, minore è l’elaboraboralità del lutto.

Spesso il lutto è intessuto di sensi di colpa di cui bisogna aiutare il soggetto a liberarsene, attraverso un complesso lavoro terapeutico. Molti tendono a fare resistenza a liberarsi dalla colpa, in quanto preferiscono sentirsi colpevoli piuttosto che incapaci. Sollevare il paziente dalla colpa lo aiuta ad entrare nel lutto e ad accedere gradatamente ad un processo consapevole, creativo e trasformativo dell’esperienza di perdita.

Vorrei a questo punto concludere il mio tentativo di riflessione su tali argomenti, senza la presunzione di esaustività, con una frase del filosofo indiano buddista Osho[4], che si configura, a mio avviso, come una summa dell’excursus portato avanti:

“Se ami saprai che tutto inizia e tutto finisce e che c’è un momento per l’inizio e un momento per la fine e questo non crea una ferita. Non rimani ferito, sai che quella stagione è finita. Non ti disperi, riesci a comprendere e ringrazi l’altro: “Mi hai dato tanti bei doni, mi hai donato nuove visioni della vita, hai aperto finestre nuove che non avrei mai scoperto da solo. Adesso è arrivato il momento di separarci, le nostre strade si dividono” Non con rabbia, non con risentimento, senza lamentele e con infinita gratitudine, con grande amore,con il cuore colmo di riconoscenza. Se sai come amare, saprai come separarti”(OSHO)

Note:

1) Il contributo di Wilfred Bion alla cultura psicoanalitica ha inizio con alcuni importanti articoli negli anni 1940 e poi va crescendo; nel 1961pubblica “Esperienze nei gruppi”, il primo fondamentale testo nel quale l’individuo è definito psicologicamente radicato nel gruppo cui appartiene; da tali studi ha origine la psicoanalisi di gruppo per la quale il gruppo è considerato una unità dinamica; un corpo di teorie bioniane, sviluppato anche da altri insigni esponenti del Tavistock Institute di Londra e da studiosi di tutto il mondo.

2)Racamier è noto per l’assiduo impegno teorico e pratico di rendere utilizzabili nella concretezza della pratica psichiatrica, con gli opportuni aggiustamenti, i concetti e il metodo (non, ovviamente, la tecnica) psicoanalitici. Ci va insegnando, per esempio, che con gli psicotici è assolutamente necessario tener presente, sia per la comprensione sia per l’operatività, la famiglia reale concreta, Altre a quella strutturata dal paziente nel proprio “mondo interno”. Intrapsichico e relazionale, attuale e pregresso si intrecciano così continuamente. La sua teorizzazione, pur se ancora fondata sulle vecchie concezioni pulsionali della vita psichica, è, proprio per l’oggetto di studio, costretta a fare i conti con gli aspetti relazionali della mente. Eccolo, allora, riconoscere l’importanza cruciale del lutto, processo che si colloca fra l'”interno” della mente e l'”esterno” della relazione. Il “lutto originario”, attraverso il quale il bambino scoprirebbe la madre proprio attraverso la percezione della sua assenza (teoria suggestiva, che peraltro sembra decisamente smentita dalle più moderne ricerche osservativo-sperimentali, ma di cui pure può essere recuperato un senso sul piano simbolico), sarebbe alla base di ogni processo di conoscenza, di ogni relazione amorosa e di ogni realizzazione di sé. Alcuni fra i modi di non effettuare il lutto, con conseguenze patologiche anche gravi ed estreme, sono la strutturazione rigida dell'”antiedipo”, le fantasie narcisistiche di autogenerazione, il “diniego” della realtà, gli sviluppi perversi dell’assetto narcisistico e la permanenza nell’ambiguità.

3)Autore de “La personalità normale e patologica” – Raffaello Cortina editore 2002 – Intento di Bergeret, è distinguere fra :

– strutture autentiche, solide, fissate, definitive, NEVROTICHE E PSICOTICHE

– organizzazioni intermedie, stati limite, non caratterizzate in modo da dare origine a sistematizzazioni più

stabili.

Tra struttura nevrotica normale e struttura nevrotica scompensata vi è continuità e reversibilità

Tra struttura psicotica normale e struttura psicotica scompensata vi è continuità e reversibilità

Non vi è normalità, né irreversibilità per le organizzazioni intermedie (stati limite, personalità borderline, personalità narcisistiche) che non sono strutture, poiché entrano in gioco contro investimenti energetici antidepressivi e permanenti, proprio a causa del precario adattamento alla realtà interna – esterna, e perché tali organizzazioni, non essendo strutturate nel vero senso del termine, risultano instabili.

Il concetto di normalità è così riservato ad uno stato di adeguamento funzionale interno ad una struttura fissa; patologia: rottura dell’equilibrio.

4)Osho Rajneesh (Kuchwada11 dicembre 1931 – Pune19 gennaio 1990) è stato unmistico e maestro spirituale indiano, che acquisì seguito internazionale. I suoi insegnamenti sincretici enfatizzano l’importanza della meditazione, dell’autoconsapevolezza, dell’amore, della creatività, dell’umorismo e di una gioiosa celebrazione dell’esistenza, valori che egli riteneva soppressi dai sistemi di credenze imposti dalla società, dalle fedi religiose e dalle ideologie. Osho invitò l’uomo a vivere in armonia e in totale pienezza tutte le dimensioni della vita, sia quelle interiori che quelle esteriori, poiché ogni cosa è sacra e ricolma del divino.

Fautore di una ribellione fondata sul senso critico e sul rifiuto di assumere qualsiasi norma di vita o valore sociale solo perché comunemente accettati, fu un forte oppositore delle religioni organizzate e di ogni tipo di potere. Considerava tutte le tradizioni religiose come superstizioni che reprimono l’uomo e ne ostacolano il cammino che conduce alla verità. Le sue idee ebbero un notevole impatto sul pensiero New Age occidentale (da cui tuttavia egli prese le distanze) e sulla controcultura ereditata dagli anni sessanta. La sua popolarità ha continuato ad aumentare dopo la sua morte. Osho era un professore di filosofia e viaggiò per l’India negli anni Sessanta del XX secolo come conferenziere e maestro spirituale.

Dottoressa Vincenza Alfano – Psichiatra – ASL Napoli 3 Sud – Dipartimento Salute Mentale

Ebe Ardito – Psicologo Psicoterapeuta – ASL Napoli 3 Sud – Dipartimento Salute Mentale

Annamaria Ascione – Psicologo Psicoterapeuta


 

BIBLIOGRAFIA

Ainsworth M.D.S. Bleahr M.C., Waters E., Wall S. (1978) Patterns of attachment: a psychological study of the Strange Situation, Hillsdale, New Jersey Main M., Solomon S., (1990) “Procedures for identifying infants as disorganize/disoriented during the Ainsworth Strange Situation, in M.T. Greemberg, D. Cicchetti, EM Cummings Attachment in the preschool years: theory, research and intervention, Chicago and London: University of Chicago Press, pag, 121 – 160

Albergamo M. “Sviluppo delle relazioni oggettuali” in Trattato Enciclopedico di Psicologia dell’Età Evolutiva – a cura di W. Betocchi, vol. I, Tomo II – Piccin Padova 1988

Albergamo M. “La Separazione e il rapporto tra fantasia e realtà” in “La separazione”, Borla – Roma 1989.

Bowlby J. “Costruzione e Rottura dei legami affettivi” – Raffaello Cortina Editore, 1982.

Bowlby J. (1973) Attachment and loss, Vol. 1, Attachment, Basic books, New York

Bowlby, Ainsworth e fra gli altri Peter Fonagy ( 2002) Psicoanalisi e teorie dell’attaccamento, Cortina, Milano

Brisch K.H. Disturbi dell’attaccamento – Giovanni Fioriti Editore – Roma 2007

Cassibba R., Costantini A. (2003) ” Modelli di attaccamento in minori inseriti in comunità: incidenza delle condizioni di rischio psico-sociale sulla sicurezza dei legami affettivi”, in Maltrattamento e abuso all’infanzia, vol. 5, n. 3, Franco Angeli, Milano

Estela V. Welldon (1995) Madre, madonna, prostituta, Centro Scientifico torinese, Torino

  1. Erickson – “Saggi sulle introspezioni etiche dell’introspezione psicoanalitica” – Borla – 2001 – pag. 76.

Freud S. “Lutto e melanconia” – Bollati Borighieri – 1999

Green A. “La Madre Morta” – Bollati Borighieri – 1980

HodgesJ. E altri (2003) “Changes in attachment representation over the first year of adoptive placement narratives of maltreated children”, Journal of Clinica Child Psychology and Psychiatry, 8, p. 351 – 367

Maffei G. “I linguaggi della psiche”- Bompiani – 1986 – pag 45

Main M., Solomon S., (1990) “Procedures for identifying infants as disorganize/disoriented during the Ainsworth Strange Situation, in M.T. Greemberg, D. Cicchetti, EM Cummings Attachment in the preschool years: theory, research and intervention, Chicago and London: University of Chicago Press, pag, 121 – 160

Marinus H. van Ljzendoorn, Carlo Schuengel, Marian J Bakermans Kranenburg (2001) “L’attaccamento disorganizzato nella prima infanzia: meta-analisi dei precursori, dei fattori concomitanti e delle conseguenze”, Maltrattamento e abuso all’infanzia, vol. 3, dicembre 2001

Oliverio Ferraris A “Introduzione alla psicologia dello sviluppo” con Bellacicco – Costabile e Sasso- Laterza – Bari – 1997 (1° ed) 1999 (2°ed).

RacamierJ.C – Il Genio delle origini – Raffaello Cortina Editore – 2005

Racamier J. C.- Gli schizofrenici – Raffaello Cortina editore – 2006

  1. F. Silovky, L. Niec (2005) “Caratteristiche dei bambini piccoli con problemi della condotta sessuale: uno studio pilota”, Maltrattamento e abuso all’infanzia, vol 7, n. 2, Franco Angeli, Milano

Stern – “il mondo interpersonale del bambino” – Borighieri – Torino – 1989 p. 56.

  1. Szymborska – “La fine e l’inizio” – in Opere, a cura di Pietro Marchesani: Adelphi (collana La Nave Argo, 2008).

D.W. Winnicott “Il bambino deprivato” – Raffaello Cortina Editore – 1986 . pp 164 – 165. G. Maffei – “I linguaggi della psiche”- Bompiani – 1986 – pag 45.