Esperienza di lavoro sull’autostima con un gruppo di adolescenti

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Dr.ssa V. Alfano – Psichiatra, Dr.ssa C. Guerriero – Psicologo
Dr.ssa A. Ascione  Psicologo

“La capacità rappresentativa della psiche tende a rappresentare ciò che non è rappresentato. La speranza che il non rappresentabile possa essere almeno in parte rappresentato, fonda la possibilità stessa di una vita psichica”. (Maffei G. “Psicoanalisi e metodo” – Borla 1999)

 

 

È  con queste parole di Maffei, sintetiche e pregnanti che ci introduciamo a questo lavoro sperimentale con un gruppo di giovani adolescenti.

Il termine di “narrazione” succitato, sarà alla base dell’esperienza che andremo a declinare, attraverso il binomio “rappresentazione – narrazione” tra crescita, difficoltà evolutive e capacità di sperare.

Tutta l’attività clinico – esperenziale svolta con le giovani adolescenti, è stata orientata attraverso l’uso della musica e del disegno con un metodo definibile come “transfero – simbolico” ( Alfano V. – A. Ascione 2017/2018):

l’adolescente attraverso il suono e la canzone come “oggetto psichico”, transizionale – potremmo dire con Winnicott – tende al recupero del ricordo, della memoria di sé, della propria storia e, poi, attraverso il disegno – armonicamente in divenire lungo il percorso della seduta di gruppo e musicale – lo rappresenta e lo fissa come significato simbolico e come “pezzo visibile” a cui tornare e andare, per raccontarsi e ritrovarsi.

 

L’ESPERIENZA

Chiamiamo Gruppo, in ambito psicodinamico, un’organizzazione mentale, un operatore psichico, un sentimento di appartenenza, un vissuto, e insieme contemporaneamente a tutto ciò anche un complesso reticolo di interrelazioni psichiche fra persone da osservare da un punto di vista cognitivo e fenomenologico.

Tale è la definizione di gruppo che forniscono F. Di Maria e G.Falgares, che pur essendo in buona misura esaustiva non basta da sola ad evidenziare tutte le funzioni, i fenomeni e le dinamiche che possono caratterizzare un’entità gruppale.

Bion, che in tal senso fornisce uno dei più grandi contributi del panorama psicanalitico, sottolinea in uno dei suoi saggi che (Le tensioni all’interno del gruppo durante la terapia e il loro studio come suo compito in Esperienze nei gruppi ) “La terapia di persone riunite in gruppo mira di solito alla spiegazione dei loro disturbi nevrotici al fine di rassicurarle, e a volte raggiunge soprattutto un effetto catartico dovuto alla confessione pubblica”.

L’esperienza di gruppo che viene ad essere descritta riguarda, in particolare, tre adolescenti di sesso femminile.

Le ragazze, con un’età compresa tra i 15 e i 18 anni, hanno svolto otto incontri di un’ora e trenta ciascuno con una cadenza settimanale. Il ruolo della psicologa presente è stato soprattutto quello di fornire stimoli da cui partire e spunti di riflessione in merito ai contenuti emersi. In particolare, il lavoro, centrato sull’autostima, ha cercato di agire non soltanto sui livelli, gli effetti, le funzioni e le dimensioni di tale costrutto ma anche sui legami con le figure fondamentali di riferimento che, come oramai evidenziato dall’ampia letteratura scientifica in merito, assumono una funzione di centralità nella genesi di un buon livello di autostima. A tal fine sono stati utilizzati stimoli di diversa natura tra cui poesie, quadri, audio-video, musica e disegno.

Siamo partiti dal significato del termine autostima, spunto che ha dato il via a diverse interpretazioni e visioni. Sono emerse espressioni come “amore di sé” e “valore dato a sé stesso”, arrivando in maniera spontanea a sottolineare l’importanza che l’altro assume nel dispiegarsi di una immagine positiva di sé. Una delle componenti del gruppo, in particolare si definisce insicura giustificando tale aggettivo con l’affermazione “Sono gli altri che mi dicono d’esserlo”, per poi riflettere con il gruppo e aggiungere “Spesso indossiamo vestiti che ci vengono forniti”.

Tale aspetto ritorna nell’incontro successivo, in particolare le riflessioni si spostano su “il coraggio d’essere sé stessi slegandosi dalle coercitive aspettative dell’altro”. Il gruppo viene invitato a rappresentare e simbolizzare tali contenuti con l’ausilio del disegno spontaneo. Ciò che viene prodotto è difatti particolarmente interessante e sorprendente. Di seguito alcuni dei disegni in questione:

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Nella spiegazione data dall’adolescente, tale immagine simbolizza l’insieme delle capacità che fatica a trovare una via d’espressione, in particolare inibite dalla paura del giudizio altrui.

Il tema relativo al peso delle aspettative, riporta a molte riflessioni nel gruppo. In particolare, la psicologa, ha accompagnato verso una riflessione relativamente alla differenziazione tra Sé Ideale e Sé dovuto. Questo ha permesso alle ragazze di entrare in contatto con i propri imperativi interni, ma anche e soprattutto con i propri desideri, aspetto messo in evidenza dal confronto “SuperIO – Ideale dell’IO” tra ciò che definiremmo i “Devo essere” e i “Vorrei essere” attraverso cui le giovani si sono espresse. Con tale modalità, si è avuto modo di poter lavorare anche sul corporeo, essendo tale aspetto di rilevanza fondamentale soprattutto durante l’età adolescenziale.

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Lo specchio come immagine di insicurezza e di bisogno di conferma. Simbolicamente rappresentativo della necessità, in senso winnicottiano, d’essere visto

Il corporeo ha poi lasciato il posto ad aspetti più profondi relativi alla propria identità e personalità. È stato interessante notare le differenze individuali nel valore attribuito a tali componenti del Sé: in particolare, una delle adolescenti ha sottolineato: “Per me, sono i “Devo” a pesare di più”. Alla fine dello stesso incontro, il gruppo si lascia andare ad una liberatoria conclusione e presa di consapevolezza relativamente all’importanza di saper prendere con maggiore leggerezza di spirito sia imperativi sia desideri.

Durante gli incontri successivi, la psicologa introduce nuovi elementi di stimolo e riflessione attraverso l’ausilio di quadri e della pittura. Di particolare interesse per il gruppo è stato un quadro mostrato di Marc Chagall intitolato “La donna incinta”.

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Marc Chagall, La donna incinta olio su tela, 1913 StedelijkMuseum, Amsterdam

Attraverso questa immagine, volutamente scelta, il gruppo ha avuto modo di riflettere relativamente al ruolo del materno. Questo ha portato all’emergere di diversi contenuti sul rapporto che le adolescenti hanno con la propria madre ma anche sul peso che questo stesso rapporto riveste nella loro vita. Lo scontro, i sentimenti di odio e amore, le spinte adolescenziali verso l’indipendenza che vengono ad essere in contraddizione con il bisogno di vicinanza, la necessità di sentirsi donna ma anche di rimanere figlia; tutti aspetti non soltanto verbalizzati dal gruppo ma anche incredibilmente rappresentati attraverso la successiva attività di disegno. Di seguito alcuni dei disegni prodotti:

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Nella spiegazione data dall’adolescente, l’immagine rappresenta il brutto e il bello del proprio rapporto con la figura materna. In particolare il “brutto” è dato dal colore nero, e dalle due linee che non riescono ad incontrarsi ma che allo stesso tempo riescono a dare forma ad un cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nella spiegazione data dalla ragazza, a sinistra l’occhio materno e a destra l’occhio dell’autrice del disegno. Pur facendo parte dello stesso volto rimangono armoniosamente differenti l’uno dall’altro.

Negli incontri successivi, viene mantenuto lo stimolo artistico per procedere verso ulteriori argomenti. In particolare viene affrontata la molteplicità dei significati dell’essere donna, attraverso l’utilizzo di diverse immagini tra cui due quadri: “Autoritratto con i capelli tagliati” di Frida Kahlo e “Bisce d’acqua” di Gustav Klimt. Tali quadri permettono alle ragazze di riflettere su vari aspetti, e infatti emergono grazie all’immagine di Frida, temi come il coraggio, la forza e il dolore. Tuttavia, Klimt permette anche l’accesso alla sensualità e sessualità. Nonostante questo però il gruppo di cimenta in una interessante attività di attribuzione di qualità ad ognuna delle donne che compongono il sottostante quadro.

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In maniera assolutamente univoca, il gruppo dopo diverse riflessioni attribuisce un ruolo di detentrice di significati ad ognuna delle donne di Klimt. Andando in ordine dal basso verso l’alto, la prima rappresenta “il coraggio”, la seconda di spalle costituisce “il sogno”, “la paura” ma anche “la dolcezza”. La terza di cui si vede il volto di profilo raffigura la maschera, ed infine l’ultima dai capelli scuri la sofferenza. Una delle ragazze produrrà poi la seguente immagine relativa al proprio modo di sentirsi ed essere donna.

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A tale immagine viene associata dall’adolescente stessa una spiegazione piuttosto singolare. Il vento simbolizza la difficoltà, talvolta il dolore e spesso la fatica dell’essere donna la cui forza e coraggio è espresso attraverso il volto che, nonostante il vento, riesce a mantenere gli occhi ben aperti.

Il tema dell’amore, viene poi affrontato come argomento di chiusura durante l’ultimo incontro. In particolare, la psicologa, attraverso l’utilizzo di più stimoli accompagna verso una riflessione riguardo al bisogno di amare ma soprattutto al diritto d’essere amati. A permettere ciò, è stato in primis l’utilizzo di una poesia:

Ti meriti un amore di Frida Kahlo.

Ti meriti un amore che ti voglia spettinata,

con tutto e le ragioni che ti fanno alzare in fretta,

con tutto e i demoni che non ti lasciano dormire.

Ti meriti un amore che ti faccia sentire sicura,

in grado di mangiarsi il mondo quando cammina accanto a te,

che senta che i tuoi abbracci sono perfetti per la sua pelle.

Ti meriti un amore che voglia ballare con te,

che trovi il paradiso ogni volta che guarda nei tuoi occhi,

che non si annoi mai di leggere le tue espressioni.

Ti meriti un amore che ti ascolti quando canti,

che ti appoggi quando fai il ridicolo,

che rispetti il tuo essere libero,

che ti accompagni nel tuo volo,

che non abbia paura di cadere.

Ti meriti un amore che ti spazzi via le bugie

che ti porti l’illusione,

il caffè

e la poesia.

 

Queste parole permettono al gruppo di accedere ad una molteplicità di significati. In particolare, le ragazze arrivano a comprendere che l’idea di un amore che sappia cadere e rialzarsi senza anelare ad una ostinata perfezione, diventa un elemento centrale non soltanto nell’amore verso l’altro ma anche e soprattutto nell’amore verso se stessi. Il gruppo riflette intorno alla “libertà di poter essere se stessi mostrando le proprie fragilità”, arrivando a concludere che tale è il traguardo di chi riesce ad amare l’altro passando prima attraverso l’esperienza di amare se stesso nella propria interezza.

L’esperienza del gruppo si conclude con un audio-video portato dalla psicologa conduttrice. Si tratta di un monologo di Roberto Benigni dal titolo “I dieci comandamenti – Ama e lasciati amare”. Questo spezzone permette alla ragazze di accedere non soltanto al bisogno di amare ma soprattutto al diritto universale di sentirsi totalmente e veramente amate.

CONCLUSIONI

Il metodo trasfero – simbolico attraverso la via delle arti conduce ad una psicologia delle rappresentazioni e della narrazione.

Come abbiamo cercato di descrivere attraverso il lavoro di gruppo su riportato e i casi specifici succitati; le nostre vite sono incessantemente intrecciate alle narrazioni, alle storie che raccontiamo, ci vengono raccontate, sogniamo, immaginiamo o vorremmo poter narrare.

 

“La vita stessa è narrazione in quanto storia” (Bruner, 1988).

Tutte le storie vengono rielaborate nella storia della nostra vita, che noi raccontiamo a noi stessi in un lungo monologo, episodico, spesso inconsapevole, ma virtualmente ininterrotto (Brooks, 1995).

Noi viviamo immersi nella narrazione ripensando e soppesando il senso delle nostre azioni passate, anticipando i risultati di quelle progettate per il futuro, e collocandoci nel punto di intersezione di varie vicende non ancora completate. L’istinto narrativo è antico in noi quanto il desiderio di conoscenza, è il modo privilegiato per attribuire significati (Smorti,1994). Questa definizione di narrazione è molto estesa e, anche se altri autori ne restringono la portata, serve a rendere l’idea della molteplicità delle sue manifestazioni nella vita quotidiana. Altri autori si riferiscono alle narrazioni come alla percezione di una sequenza di eventi umani connessi in modo non casuale. Anche in questo caso disponiamo di un significato assai vasto, coincidente con la percezione della durata dell’esistere (Ricoeur, 1994).

Si può dire che essi abbiano scoperto l’importanza fondamentale che il narrare riveste nella continua ridefinizione di un’identità, così centrale in adolescenza.

La terapia viene così vista come un racconto, come un romanzo, come un’opera d’arte. Una volta assunto che la narrazione può costituire un veicolo di cambiamento, è lecito notare come ci siano narrazioni (modi di rappresentarsi) più efficaci di altre, che spesso non è sufficiente un semplice narrarsi per promuovere un cambiamento (White, 1992).

Attualmente l’attenzione dei ricercatori e dei clinici è tesa a comprendere in quale modo la narrazione produce dei cambiamenti, “come” le storie curano e in quali circostanze un tipo di narrazione può essere efficace.

Attraverso la nostra esperienza abbiamo cercato di dare un contributo concreto a tutto questo.

Bibliografia

Bion W.R “Esperienze nei gruppi” 1961 – Astrolabio – Roma 1998

Brooks Peter, “Trame. Intenzionalità e progetto nel discorso narrativo”, Einaudi, Torino, 1995.
Bruner Jerome,” La mente a più dimensioni”, Laterza, Roma-Bari, 1988

 

Hillman James, Le storie che curano, Cortina, Milano, 1984.

Polster Erving, Ogni vita merita un romanzo, Astrolabio, Roma, 1987.

Ricoeur Paul , “La vita: un racconto in cerca di un narratore, in Filosofia e linguaggio”, Milano, Guerini e associati, 1994 Smorti Andrea, Il pensiero narrativo, Giunti, Firenze, 1994.
White Michael, La terapia come narrazione, Roma, Astrolabio, 1992.