Psicosi:tra solitudine e abbandono

La ricerca esplora problematiche e limiti dettati dalla malattia mentale, le sofferenze e il senso di solitudine che attualmente ancora la connota, partendo da un excursus storico, psicodiagnostico e legislativo riguardo le condizioni psicotiche, giungendo poi ai concetti di integrazione sociosanitaria e umanizzazione delle cure, le quali diventano la cornice entro cui si struttura l’obiettivo del nostro studio: esso mira a domandarsi se, in un campione di trentuno pazienti appartenenti a studi di medicina generale collaboranti con psicologi, siano presenti i fattori ambientali e psicosociali necessari per favorire una recovery, e in che modo la soddisfazione di tali fattori influenzi la percezione della propria qualità di vita. Perciò, è stato somministrato ai pazienti un self-report sulla qualità della vita ed è stata svolta un’analisi statistica incentrata su frequenze e correlazioni. Si sono evinti nel campione di riferimento una qualità di vita prevalentemente insoddisfacente e il bisogno di una metodologia orientata ad una integrazione socio-sanitaria capace di portare un senso di soddisfacimento sia delle componenti relazionali/umanizzanti, sia di funzionalità della persona, in termini sia biologici sia psicosociali. Si rende necessario un lavoro focalizzato su un life space supportivo per l’individuo con quadro psicotico per permettergli un processo di autorealizzazione di Sé.

(Key words: psicosi; qualità della vita; umanizzazione delle cure; life space)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Conclusioni

 Il contesto della ricerca ha mostrato come la maggior parte dei soggetti del campione composto da trentuno pazienti con quadro psicotico non sia supportato in diverse dimensioni personali, che rispecchiano una qualità della vita riportata in self-rating come insoddisfacente sotto diversi punti di vista. Ciò riflette una contraddizione di fondo: da un lato abbiamo le normative; le politiche inclusive promosse nel ’78 (Legge Basaglia); la “Legge quadro per la realizzazione del Sistema Integrato di Interventi e servizi sociali” 328/00; il concetto di “salute” in termini biopsicosociali, di recovery e di umanizzazione delle cure; dall’altro quella che è l’effettiva condizione di vita del paziente con quadro psicotico, la cui sofferenza è espressa come un “munchiano urlo nero”, che lotta per liberarsi dal rigido tessuto di una società ancora fortemente scissa e che stritola la persona psicotica nelle sue maglie, in maniera diversa, eppure ancora distante dalle problematiche psicosociali di questi pazienti.

Tra i fattori determinanti della sofferenza che condiziona la qualità della vita di un paziente psicotico possiamo dire che in qualche modo ci sia la società stessa, l’ambiente di vita e il grado di supporto e sostegno che spesso non viene fornito, determinando lo stato di isolamento e solitudine, oggetto della stessa ricerca. E’ stata in precedenza riportata la vita di John Nash, il cui ambiente di vita (affettivo, lavorativo) ha promosso in lui un positivo processo di autorealizzazione del Sé e di insight di quelle che sono le parti funzionali e disfunzionali che lo compongono: potremmo definire l’archetipo che Nash reincarna come la forma più funzionale di un asse su cui si poggia la capacità della società di donare un senso di autorealizzazione a un paziente con una frammentarietà di Sé. All’estremo opposto di questo asse, come su di un continuum, potremmo, invece, pensare l’immagine de “L’Inquilino del terzo piano” di Polanski: il protagonista, Trelkowski, nuovo condomino in un palazzo in precedenza abitato da una donna suicida, soffre di allucinazioni e deliri paranoidei, che lo conducono a perdere la propria identità per assumere (nei panni e nei comportamenti) quelli della precedente e suicida vicina. A comportare questa pericolosa identificazione, sono anche i vicini di casa nel palazzo, e non sono semplici persone intolleranti, rigide e severe che portano Trelkowski a soffrire di allucinazioni, ma anche rappresentanti, esponenti di una società che sta “fuori la porta di casa”, la quale manipola, cancella, ricrea l’identità del singolo, confondendola, frammentandola e, perciò, contribuendo a distruggerla. E’ una società, quella su cui Polanski riflette, che non sempre può risultare percepita come supportiva per i pazienti psicotici, ma che spinge la persona alla solitudine, all’isolamento, letteralmente a barricarsi in casa e sentirsi costantemente soli, in un processo in cui l’individuo si sente spaesato, incapace di autorealizzarsi. E’ un individuo, quello su cui riflettiamo con Polanski, che ancora oggi può essere difficile da trattare, ma farlo in termini di integrazione socio-sanitaria può essere più agevole per riuscire a tenere unite le varie parti di Sé migliorandone quindi anche la qualità della vita. Questo significa allo stesso tempo, creare delle reti di sostegno anche al di fuori dello studio specialistico e che, quindi, escano dalla stanza del medico e dello psicologo per entrare anche e soprattutto nella quotidianità del paziente.

 

Ho sempre creduto nei numeri, nelle equazioni e nella logica che conduce al ragionamento.

Dopo una vita vissuta in questi studi, io mi chiedo: cos’è veramente la logica?

Chi decide la ragione?

La mia ricerca mi ha spinto attraverso la fisica, la metafisica,

mi ha illuso e mi ha riportato indietro.

Ed ho fatto la più importante scoperta della mia carriera.

La più importante scoperta della mia vita.

È soltanto nelle misteriose equazioni dell’amore che si può trovare ogni ragione logica.

A Beautiful Mind, 2001


Supervisore al Progetto:
Dr.ssa Vincenza Alfano – Psichiatra e Neurologo

Coordinatore al progetto:
Dr.ssa Annamaria Ascione – Psicologo


Operatori Ricercatori:
Dr.ssa Carmela Guerriero – Psicologo
Dr. Francesco Marino – Psicologo

Dr.ssa Anna Adolescente – Psicologo