Medusa, pietrificazione del simbolo nel sintomo. Uno studio sulla somatizzazione e le false patologie

Introduzione: il rapporto tra la mente e il corpo

La problematicità del rapporto mente-corpo, antica nelle sue origini quanto l’uomo stesso, è stata – e per certi aspetti lo è ancora – oggetto di controversie e discussioni tra i sostenitori di un percorso di malattia unidirezionale. Riproposta da Freud nell’espressione del “misterioso salto della mente al corpo”, il dilemma deve ritenersi definitivamente superato: qualsiasi malattia è insieme fisica e psichica, ogni sofferenza psichica comporta implicazioni fisiche ed ogni patologia organica ha risvolti psicologici che non possono essere ignorati. Il rapporto mente-corpo è stato oggetto di analisi in diverse discipline, anche tra quelle più diametralmente opposte.
Nella neurofenomenologia Varela (1991) espone il concetto di “mente incarnata”, considerando la conoscenza “incorporata” nell’interezza dell’organismo biologico, nel suo continuo rapporto con l’ambiente. Conoscere non significa più semplicemente ricevere degli input ambientali ed elaborare una risposta, ma piuttosto la continua generazione di significati basati sulla esperienza corporea. In tal modo, il tradizionale divario – posto arbitrariamente da Cartesio in avanti – tra fisico e psichico, tra emozioni viscerali e pensieri razionali, tra percezione ed azione, viene superato alla luce di una concezione globale degli esseri viventi, che vede la cognizione come attività dell’intero organismo biologico, come “azione incarnata”: il soggetto fa esperienza dell’oggetto stesso con il corpo.
Dall’altra parte, in psicodinamica Bion (1962), parla di come la capacità di “pensare i pensieri” permetta di rendere le emozioni come “digeste”, “filtrate”, comprensibili poiché in grado di creare immagini che siano ricordi, i quali sono a loro volta necessari per poter conoscere tanto il piacere quanto il dolore. Ciò non accade se le esperienze immediate sono gravate da paura non elaborata e non disposta a essere conosciuta; in quel caso rimangono esperienze vive come corpi estranei, non “nostre”, e che troveranno modo di esprimersi come dolore “conosciuto ma non pensato” (Bollas, 1987), evacuato nel soma e perciò nel vuoto, in un corpo che accusa il colpo del dolore allo stato grezzo stesso.
Partendo da prospettive diverse, gli autori pongono l’importanza al modo in cui il pensiero, le emozioni, la consapevolezza avvengano innanzitutto tramite il corpo. Le sensazioni che il corpo prova sono il punto cardine per apprendere e conoscere Sé e l’Altro, perché mente e corpo non sono dei compartimenti stagni, uno astratto e uno istintivo, ma, anzi, sono un’unica dimensione capace di generare senso, conoscenza e significati, dai livelli più inconsci a quelli più consci.

Cosa avviene allora quando ci sono malattie fisiche che sono influenzate da o influenzano la mente? E cosa succede quando il legame con un dolore fisico è fittizio, ovvero solo fabulato? Che significato assume in quel caso il rapporto del corpo con la mente? Come si lavora nella clinica psicologica con questa tipologia di disagi? E quanto anche nella medicina occorra saper tenere presente l’influenza della mente nella patologia somatica e fittizia? E’ necessario osservare il rapporto tra mente e corpo in un’ottica sia di oggettivazione che di soggettivazione del fenomeno.

 

Medicina psicosomatica: Medusa, la pietrificazione del significato

La medicina psicosomatica guarda il corpo come una foresta di simboli, laddove ogni disturbo riguarda anche la nostra interiorità, il nostro modo di stare al mondo, con noi stessi e con gli altri. Quando un sintomo compare nella nostra vita, subito sentiamo una natura duplice: è in noi, ma non è riconosciuto come tale al contempo: lo percepiamo come una presenza strana, nemica, destabilizzante, distruggente in alcuni casi. La prima reazione è quello di cacciare via il sintomo, e questo dipende anche dalla sensibilità di ognuno: c’è chi si allarma per un lieve mal di testa, chi invece si preoccupa solo di fronte a malattie conclamate.
In ogni caso, dopo questa prima fase di soglia individuale di allerta, il sintomo si impone nella coscienza e chiede attenzione, come se fossimo abitati da forze che non siamo abituati ad ascoltare e su cui non percepiamo alcun potere personale. E’ un’esperienza forte, sgradevole, che ci fa attribuire al sintomo qualità non solo negative, ma anche paralizzanti, come quelle scatenanti dallo sguardo di Medusa.
Questo meccanismo di “paralizzazione” dinanzi al significato che assume un sintomo sentito come estraneo, si aggancia a un ideale di bellezza pura e semplice del “funzionare bene”, sentire la macchina-corpo come funzionante, in modo da poter rendere le migliori prestazioni possibili. Ma questo conferma un modello biomedico passato di salute come “assenza di malattia”. In un’ottica bio-psico-sociale, la salute è data da assenza di malattia, benessere psicologico e un ambiente sociale supportivo e attento alle singole qualità ed esigenze dell’individuo. Questo modello è più sensibile al concetto di “crisi”, cioè ai ribaltamenti e le alterazioni del nostro equilibrio vitale iniziale, permettendo di adottare un nuovo equilibrio, più flessibile.

Dinanzi allo sguardo di Medusa, dinanzi al dolore inspiegabile, l’individuo si paralizza, adotta l’ottica di un corpo che fallisce, di un corpo che non è una casa sicura. Viviamo la caduta in crisi con dolore e disorientamento, con rabbia e frustrazione, spesso paura. La malattia va invece vista come uno spazio fondamentale del vivere individuale e collettivo, che aiuta a evolvere, ad assumere il dolore non come sintomo, ma come risorsa, facendoci evolvere come il serpente durante la muta. E’ complesso tuttavia attribuire un senso a una malattia che può addirittura rischiare di farmi morire; è una comprensibile emotività, che tuttavia va associata a una visione “sciamanica” del nesso mente-corpo: lo sciamano guaritore non sapeva nulla del funzionamento del corpo, ma spesso sapeva cogliere i contenuti simbolici profondi di un disturbo. Agiva rituali oggi di dubbia valenza data la fallibilità dei rituali, e che la medicina odierna ha ribaltato, eliminando totalmente l’importanza del simbolo insito nel corpo, perché non “evidence-based” secondo parametri scientifici, e si è concentrata sul mero funzionamento: l’uomo è divenuto solo “macchina”, e non “generatore di senso”.

Per ripristinare quest’ultima visione del corpo, la medicina psicosomatica, attingendo dalle filosofie orientali e la fisica moderna (quantistica e sistemica) cerca non di affermare seccamente che “questa malattia vuol dire che…”, ma è aperta a raccogliere informazioni, simboli personali dell’individuo, l’evento-malattia senza chiuderlo in significati precisi e immutabili, a cercare simboli (dal greco “tenere insieme, nello stesso momento”: il corpo, come simbolo, diviene sede in cui gli opposti sono compresenti, come avviene a livello psichico, in quanto l’apparato è un tutt’uno. Jung parlava di sincronicità per chiarire ciò: qualcosa che avviene non solo nello stesso tempo, ma che ha pure lo stesso senso: se una persona soffre di gastrite, anche a livello psichico troviamo atteggiamenti “infiammatori”.

Serve, infine, una visione della crisi non come distruttrice, ma come momento “sacro” di opportunità per riflettere, con sguardo neutro, aperto, quello che Husserl chiamerebbe “epoché” (sospensione del giudizio), per ascoltare il racconto che il corpo vuole narrarci: è una guarigione che non va intesa come “sparizione di sintomi”, ma come modo per prendere con mano delle parti di sé dimenticate o che vogliono essere ascoltate.

 

 

Oggettivazione dei sintomi somatici e correlati
Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali DSM-5

 

 

La principale diagnosi di questa classe diagnostica dà rilievo a una diagnosi posta in base a sintomi e segni positivi (sintomi somatici che procurano disagio accompagnati da pensieri, sentimenti e comportamenti anomali, e comportamenti adottati in risposta a tali sintomi).

Una caratteristica distintiva di molti individui con disturbo da sintomi somatici non sono i sintomi somatici in quanto tali, ma piuttosto il modo in cui gli individui li presentano e li interpretano. Includere la componente affettiva, cognitiva e comportamentale fra i criteri relativi al disturbo da sintomi somatici offre l’opportunità di una disamina più completa e accurata del reale quadro clinico, rispetto a quanto avviene valutando solo i sintomi fisici.

 

 

 

 

 

 

Soggettivazione dei sintomi somatici e correlati

Manuale diagnostico psicodinamico,
II versione (PDM-2)

Disturbo di conversione

Disturbo con valenza pseudoneurologica e psicogena, la diagnosi definitiva viene fatta da un neurologo, poi da uno psichiatra e infine il paziente viene inviato al terapeuta. Originariamente riconosciuta col termine “isteria” da Freud, il termine “conversione” è divenuto più adatto a evidenziare la trasformazione di una “pulsione” psichica in sintomi permanenti corporei. Nel corso del lavoro psicoterapico, quando il paziente è in grado di dire il significato simbolico del sintomo, quest’ultimo svanisce. Molto tipico delle persone affette da disturbo di conversione è la belle indifférence, cioè una sorprendente mancanza di preoccupazione, fatua indifferenza e/o negazione di una apparentemente grave disabilità funzionale/psicogena. Più raramente si evidenzia in questi soggetti anche come il loro sintomo possa o essere della persona stessa o di un alter del paziente, ma questo è più tipico dei disturbi dissociativi dell’identità (DDI). Per concludere, il concetto classico freudiano di rimozione continua a vivere nel concetto di conversione, inteso sia come rimozione di un trauma inespresso se non come memoria corporea, o come rimozione di un desiderio che riesce a essere espresso somaticamente come “compromesso” (conversione propriamente detta).

 

Personalità e Disturbo da sintomi somatici

Le personalità somatizzanti in età adulta mostrano Alessitimia (incapacità di esprimere verbalmente le proprie emozioni), Pensiero operatorio (poca fantasia, investimento più sulle cose che sulla immaginazione), Senso di sé fragile (debolezza, impotenza, sentirsi alla mercé di forze fuori dal loro controllo, non ascoltati); Tendenza a concettualizzare e comunicare il disagio psichico in termini esclusivamente di sintomi fisici e di ricercare aiuto medico per questi; Stati fisiologici equivalenti dell’ansia (battito cardiaco accelerato, aumento della pressione arteriosa, tensione muscolare); Difficoltà a sperimentare relazioni profonde se sono sempre preoccupati per il corpo, bisognosi di rassicurazioni, isolati, distaccati: avviene spesso in loro una riedizione nel contatto con i medici, attraverso i sintomi, di un qualche fallimento dell’attaccamento in età infantile.

Disturbo da ansia di malattia (ipocondria)

Ci possono essere in certi pazienti sintomi lievi, talvolta segni o sintomi fisiologici, non indicativi di una malattia, ma che vengono male interpretati nel significato, nell’entità e nella causa.
Affettivamente c’è uno stato d’ansia generale nei confronti della propria salute e della prognosi, in particolare sentimenti di vulnerabilità e paura di morire, depressione, sensazione di essere condannati.
La cognizione è assorbita dal corpo: i pensieri possono comprendere la terrificante presenza che ogni dolore o sintomo sia pericoloso per la vita, che questa volta sia grave, “qualcosa non va nel mio corpo” anche in assenza di problemi fisici specifici, fino ad arrivare a intensità simil-paranoidi o anche deliranti; sono anche presenti ideazioni di colpa che riflettono modalità di affrontare caregiver precoci ostili interiorizzati ed equiparati alle parti del corpo sentite come ammalate.
Gli stati somatici di aumentato arousal sono frequenti, dovuti all’ansia e alla preoccupazione costante per il corpo.
Nelle relazioni, gli altri possono essere percepiti come potenti, in salute o indifferenti. La persistenza nella sensazione di sintomi spesso è sentita come ostilità nei confronti del medico o altri operatori sanitari. Spesso anche il terapeuta percepisce un senso di inutilità per tali pazienti, o noia.

 

Disturbi fittizi

Nell’ICD-10 sono visti come “produzione intenzionale o simulazione di sintomi o disabilità, fisici o psicologici”. Sono anche definiti “sindrome di Münchausen”, e non sembra esserc un evidente vantaggio secondario nella simulazione. C’è in questa categoria di pazienti comunque una storia di trattamenti medici e può risultare una variante del disturbo post-traumatico da stress, in cui il paziente agisce una malattia dolorosa che lo sottoponga a interventi chirurgici che gli facciano sentire questa volta di avere il controllo di ciò che in infanzia è stato per loro traumatico, inflitto. Sono perciò pazienti molto difficili da trattare dal punto di vista medico e refrattari alla psicoterapia. Il disturbo fittizio nel DSM-5 ha anche la variante di “sindrome di Münchausen per procura” quando certi individui (genitori, infermieri, o altri caregiver) inducono ripetutamente una condizione di malattia o di danno fisico ai loro bambini o alle persone di cui dovrebbero prendersi cura. I perpetratori di tali atti negano il loro ruolo nel danno, anche di fronte a evidenze, e si presentano al personale medico in condizioni di grande preoccupazione per le condizioni fisiche della persona a cui hanno fatto male.
Affettivamente tali individui mostrano stati relativi all’ansia. Lo stato affettivo principale però è una sorta di superficialità piuttosto che una profondità emotiva, una qualità affettiva manipolatoria e opportunistica.
Cognitivamente, ci sono molte lamentele fisiche o psicologiche del momento, ruminazioni, preoccupazione per persuadere se stessi e altri della realtà della loro sofferenza-
Può esserci in loro tensione cronica quando non ottengono immediatamente la cura, possono provocarsi danni gravi al fisico per richiedere attenzione medica, o li hanno persuasi a sottoporsi a operazione chirurgica.
Nella relazione tendono a essere caratterizzati da bisogno e dipendenza da altri, negatività, , drammatizzazione, esagerazione dei sintomi, insoddisfazione per l’iniziale compliance.
La reazione più specifica possibile nei clinici, abituati a curare malattie reali, non finte, può essere in genere la rabbia, e quindi la tentazione di respingere i pazienti che rappresentano una perdita di tempo e risorse.

Conclusioni

Come evinto, in psicosomatica il sintomo sottende a una incapacità di “pensare i pensieri”, di riconoscere e esprimere le emozioni, di rendere “funzionale” l’esperienza vissuta.
Creando un continuum nel rapporto corpo-mente nella esperienza della somatizzazione, da un lato del continuum abbiamo il corpo-senza-mente, dove il contenuto del simbolo viene espresso solo dal corpo (e.g. disturbo di conversione, disturbo somatico); andando verso l’altro lato del continuum, abbiamo disturbi caratterizzati da una mente che anela per congiungersi sul corpo ed influire su di esso, prendere contatto con esso: fattori psicologici durante condizioni mediche, ansia da malattia, fino ad arrivare ai disturbi fittizi).
In ogni caso, come la medicina psicosomatica ci insegna, ciò che diventa la ragion d’essere delle malattie psicosomatiche è non il dolore inspiegabile in sé, quanto la reazione del sistema corpo-mente dinanzi ad esso, una risposta paralizzante dinanzi all’inspiegabile sguardo di Medusa, l’inaccessibilità e l’inaccettabilità del simbolo o dei simboli necessari a tenere in armonia il corpo e la mente, in un tutt’uno. Medusa diviene allora l’esclusione, l’inaccessibile, la lacerazione del legame tra mente e corpo, un dualistico e sfuggente aut-aut.
Ciò che occorre allora per ripristinare un equilibrio tra la mente e il corpo come un’unica realtà, è un lavoro nel lavoro terapeutico che consenta di creare col paziente somatizzante un legame autentico e umanizzante, uno “specchio”, inteso come capacità di poter riflettere sulle memorie, sui significati presenti e sulla propria direzionalità verso il futuro: nel mito, la dea Athena aiutò Perseo ad affrontare Medusa facendogli dono di uno scudo lucido come uno specchio, tramite cui guardarla negli occhi.

Supervisore:
Dr.ssa Vincenza Alfano – Psichiatra e Neurologo

Coordinatore:
Dr.ssa Annamaria Ascione – Psicologo

Ricercatori:
Dr. Francesco Marino – Psicologo
Dr.ssa Carmen La Mura – Psicologo